< torna indietro

 
recensione di Paolo Corsi   

MONTAGNE MIGRANTI - Il musical

Venerdì 12 febbraio – Auditorium Melotti – Rovereto (TN)


La montagna, l’emigrazione, la musica. Sono gli ingredienti dello spettacolo multimediale uscito dalla collaborazione tra diverse realtà artistiche trentine ed andato in scena all’auditorium Melotti, nell’ambito della stagione teatrale roveretana 2009/2010.

Sullo stile delle moderne opere pop-rock, sono sempre di più gli spettacoli che utilizzano le tecnologie multimediali, come proiezioni in sincrono e suggestivi effetti luce e sonori. Ritorna alla mente, a questo proposito, il precedente in regione della suite Canti Rocciosi di Giovanni Sollima, commissionata dall’APT del Trentino nel 2002 per celebrare l’Anno Internazionale della Montagna, che si avvaleva del mix di coro maschile, orchestra d’archi e immagini sincronizzate.

E’ sempre la montagna, dunque, ad ispirare l’arte, in una regione dove è elemento preponderante e che, non a caso, ospita manifestazioni come il Trento Film Festival della Montagna.

E a proposito di cose in comune, non sfugge la presenza di Maurizio Nichetti, approdato a Trento qualche anno fa per la sua prima esperienza di regia d’opera lirica, divenuto poi direttore artistico del Film Festival, quindi regista di Montagne Migranti.

A parte lui (che si può però considerare ormai trentino di adozione) tutto il resto del cast è un “prodotto” locale, di cui il Trentino può andare fiero: band, coro e attore.

Montagne Migranti viene definito “Musical multimediale”, anche se la presenza particolarmente importante dell’elemento musicale tenderebbe a sbilanciarne la definizione verso quella di “concerto”, per quanto non un semplice concerto. Non a caso, il tutto nasce da un’idea di un musicista, il trentino Carlo Casillo, punto di riferimento della band Miscele d’Aria, che esegue dal vivo quasi tutte le musiche dello spettacolo, per la quale Casillo ha curato gli arrangiamenti.

L’idea, alquanto suggestiva, è quella di visitare il pianeta attraverso un viaggio musicale, dove non sono i diversi stili delle varie zone del mondo ad essere esplorati, bensì gli effetti della loro contaminazione sulla canzone popolare trentina (o meglio, del Tirolo, visto il periodo di riferimento tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900).

Non per nulla il sottotitolo dello spettacolo recita: “viaggio per il mondo e nella memoria della canzone di montagna”.

E’ la canzone di montagna il vero viaggiatore, che però si sposta sulle gambe, dentro la valigia, nella testa e nel cuore dell’emigrante Ferruccio, il rappresentante di una moltitudine di disperati che, incalzati dalla miseria e dalla disperazione, intraprendono viaggi di proporzioni inimmaginabili, per riuscire ad afferrare uno scampolo di benessere e felicità, tra illusioni e speranze, delusioni e nuova disperazione.

Ma le gambe per fortuna “sono ancora buone” e così si trova la forza di fuggire dall’ennesimo fallimento per mettersi alla ricerca di nuovi orizzonti e promesse.

E, soprattutto, il cuore batte sempre forte, al ritmo di quelle musiche respirate assieme all’aria delle montagne di casa e che ora si mescolano a questi nuovi modi, per dar vita a qualcosa di antico e nuovo. Esse si, perfettamente integrate.

Così il nostro Ferruccio, interpretato da un bravissimo Enrico Tavernini (che assieme a Carlo Casillo è anche il curatore di drammaturgia e testi), ci conduce per il mondo, facendoci toccare con mano le verità, a volte belle e a volte brutte, dell’emigrante, mentre alle sue spalle, dietro al sipario di tulle sul quale si susseguono le immagini, la band racconta con la musica quelle stesse verità.

Ferruccio parte dal Tirolo per il Brasile, con la speranza di fare fortuna e tornare ricco a dichiararsi alla sua Dosolina. Ma la terra promessa non è facile da lavorare come si credeva e le insidie sono tante. Così si sposta in Argentina, dove finisce a lavorare nelle miniere, lui che è nato per vivere sulle montagne e non nelle loro viscere. La nuova speranza è allora l’America del nord, la metropoli, New York, dove le montagne sono quelle costruite dagli uomini, i grattacieli. Le cose all’inizio vanno bene, ma poi arriva anche lì la disillusione e quindi una nuova fuga verso la Russia per “sentire ancora l’odore della neve”. E via così fino all’Europa centrale, il Tibet, l’Africa.

Ma in fondo è come se Ferruccio non avesse mai lasciato le sue montagne: quel pezzetto di dolomia messo via alla partenza per il Brasile, torna fuori dalla tasca alla fine, teatrale oggetto metonimico che chiude il cerchio e la storia.

Di tanto in tanto compare anche un vero coro di montagna, il coro SOSAT, che canta le canzoni nella loro versione originale. Si tratta di interventi che in alcuni casi aiutano ad apprezzare l’accostamento tra le versioni originali e quelle “contaminate”, mentre altre volte hanno funzione di racconto. Va dato atto alla regia di aver saputo coinvolgere il coro anche dal punto di vista scenico e non solo per attutirne una sua potenziale estraneità scenica (la classica disposizione in formazione poteva diventare un elemento di disturbo nel fluido e coerente svolgimento della storia), ma anche per sfruttarne la presenza in maniera funzionale, attraverso l’interazione con l’attore e le immagini.

E’ un buon esempio di come una formazione di questo tipo possa essere guidata oltre lo stereotipo di classico coro della montagna, per diventare strumento di espressione artistica in senso più ampio.

I coristi hanno dimostrato una discreta versatilità, che in fondo significa anche disponibilità a mettersi in gioco, come conferma il loro momento finale, nel quale sono stati decisamente portati a rompere gli schemi.

Enrico Tavernini è apparso l’interprete ideale del personaggio di Ferruccio. Attraverso un physic du role ed un volto molto espressivo, ha comunicato in maniera efficace gli alterni sentimenti dell’emigrante. Che la sua sia una “faccia d’epoca” più che plausibile, lo dimostra il suo frequente inserimento con tecniche di fotomontaggio nelle fotografie d’epoca proiettate. Per non dire, naturalmente, dell’uso della voce e di quella specie di dialetto italianizzato, oltre alle movenze, la postura, i gesti, in grado di aprire l’animo di Ferruccio e mostrare a tutti i suoi sentimenti più profondi.

Il suo Ferruccio muove a compassione e suscita simpatia e ci avvicina tutti ad un dramma esistenziale che, come suggeriscono alcuni passaggi di immagini, non appartiene solo al passato, ma interessa nuovi migranti, che magari portano altri nomi e cercano la terra promessa proprio nei luoghi da cui i tanti Ferruccio un tempo se ne partivano.

Ma l’aspetto più accattivante dello spettacolo è probabilmente il risultato dell’esperimento musicale. E’ una vera sorpresa ascoltare brani arcinoti del repertorio della canzone di montagna, completamente trasformati, senza tuttavia nasconderne la linea essenziale, attraverso arrangiamenti bellissimi ed interessantissimi.

Così “Merica merica” diventa una samba brasiliana, “Entorno al foc” un country americano, “La villanella” una balcanica russa, “La Valsugana” un canto etnico africano e via così con la milonga, il valzer, il blues.

Molto suggestivo il momento di “’Ndormenzete popin”, con voce e chitarra acustica al centro della scena, unico momento in cui la band “sconfina” al di qua del tulle. Uno dei cavalli di battaglia del coro della SAT, nella già interessante armonizzazione “tradizionale” di Arturo Benedetti Michelangeli, assume qui un carattere ancora più intimistico e dolce, con la delicata voce femminile che sorvola gli arpeggi e le ricercate armonie della chitarra.

Miscele d’Aria, la band trentina, si conferma un’eccellenza, poiché eccellenti sono i musicisti che la compongono, vocalist e strumentisti. Ed è bello pensare di avere “in casa” tutta questa qualità.

In definitiva uno spettacolo di alto livello, dove ogni cosa è fatta bene, che entusiasma e coinvolge, lasciando, oltre alle immediate suggestioni visive e sonore, anche un messaggio su cui riflettere.

di Paolo Corsi